Greenwashing: quando il verde è solo facciata.
Aldo Benato
27 marzo 2026Ogni giorno, tra social, pubblicità ed e-commerce, incontriamo prodotti che si presentano come “eco”, “green” o “sostenibili”. Ma dietro queste parole c’è sempre qualcosa di reale? La domanda è diventata ancora più attuale dopo la pubblicazione del D.lgs. n. 30/2026 sul c.d. greenwashing.
Ma cos'è, esattamente, il greenwashing? Il termine nasce dall’unione di green, cioè “verde”, e washing, nel senso di “ripulire” o “dare una mano di vernice”. L’idea è semplice: presentare un prodotto, un marchio o un’azienda come più attenti all’ambiente, più green, di quanto siano davvero.
Naturalmente, parlare seriamente di sostenibilità non è un male. Anzi, è utile: informazioni corrette su durabilità, riparabilità, riciclabilità, disponibilità dei pezzi di ricambio o aggiornamenti software possono aiutare il consumatore e premiare le imprese che investono davvero in qualità e innovazione.
Il problema nasce quando ad essere "verde" è solo uno slogan, ed è qui che interviene il D.lgs. 30/2026. Le asserzioni ambientali generiche, anzitutto, non possono più essere usate senza basi concrete: non basta scrivere “eco” o “sostenibile” se non si è in grado di dimostrare, con elementi seri, le prestazioni ambientali dichiarate. Allo stesso modo, non si può presentare come “green” l’intero prodotto o l’intera attività dell’impresa se il vantaggio riguarda soltanto un aspetto limitato.
Un’altra novità riguarda i marchi e le etichette di sostenibilità: il decreto considera scorretta l’esibizione di etichette non basate su un sistema di certificazione o non stabilite da autorità pubbliche. Tradotto: niente più bollini inventati in casa, dall’aspetto rassicurante ma privi di controlli veri. Il richiamo alla sostenibilità deve poggiare su regole pubbliche, requisiti accessibili e verifiche indipendenti.
Non si può più, inoltre, dichiarare che un prodotto abbia un impatto climatico neutro, ridotto o positivo solo perché le emissioni vengono compensate: la compensazione, da sola, non basta a “ripulire” il prodotto. Anche le promesse ambientali future devono essere prese sul serio: il decreto richiede impegni chiari, obiettivi misurabili, un piano pubblico e verifiche periodiche da parte di un terzo indipendente.
La riforma guarda anche alla vita concreta dei prodotti: diventano rilevanti informazioni come l’indice di riparabilità, la disponibilità e il costo stimato dei pezzi di ricambio, le istruzioni per la manutenzione e il periodo minimo degli aggiornamenti software, quando il produttore le mette a disposizione. Il decreto colpisce inoltre pratiche scorrette come presentare un bene come riparabile quando non lo è, nascondere che un aggiornamento peggiorerà il funzionamento del prodotto o spingere il consumatore a sostituire materiali di consumo prima del necessario.
Il messaggio è chiaro: la sostenibilità non può essere solo una fogliolina sulla confezione o una parola ben scelta, ma deve rappresentare delle caratteristiche reali e verificabili.
La prossima volta che leggiamo “eco”, “green” o “amico dell’ambiente”, fermiamoci un attimo e controlliamo quello che acquistiamo. Oggi più che mai, acquistare con consapevolezza significa non lasciarsi convincere dal colore delle parole, ma dalla sostanza dei fatti.
L'autore
Aldo Benato è un avvocato specializzato nella gestione e tutela dei dati personali e aziendali e in materia di criminalità informatica. Avvocato presso il Foro di Treviso e Data Protection Officer certificato ai sensi della norma UNI 11697, si occupa da anni di diritto e informatica e ha maturato una consolidata esperienza in materia di privacy & data protection, criminalità informatica e diritto della Rete. Parallelamente, matura una forte esperienza nel settore della formazione per scuole, aziende, professionisti e Forze dell'Ordine. Recentemente ha scritto il libro "Dizionario del Web - La guida per capire" (www.dizionariodelweb.it), uno strumento pensato per aiutare a sfruttare il web e la tecnologia con maggiore consapevolezza.