CULTURA

Intervista a Teo Teocoli

Francesco Bettin
Francesco Bettin
27 febbraio 2023
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Intervista a Teo Teocoli

“La tv? Ci torno ogni tanto, quello che volevo fare l’ho fatto, ora mi diverto di più in teatro. Al «Derby» con Jannacci e gli altri sarei rimasto tutta la vita…”


Di fronte a un monumento vero e proprio della comicità non si può che rimanere affascinati. Dall’artista, certo, ma anche dall’uomo che ancora una volta si dimostra disponibile, gentile, sempre in vena di scherzare. Sul suo volto tanta esperienza ma anche la voglia di voler giocare ancora e sempre, sul palcoscenico, in giro per l’Italia con “Tutto Teo” dove si racconta con aneddoti e canzoni (suonate dalla fida Doctor Beat Band che lo accompagna da una ventina d’anni). Lo incontriamo a Campodarsego (PD), nome di punta della prima stagione teatrale organizzata dal Comune assieme al Circuito Teatrale Regionale Arteven. Serata di richiamo notevole, visto il teatro esaurito, grande entusiasmo ancor prima che inizi com’è giusto che sia in questi casi, sapendo di trovarsi di fronte a un comico puro, di slancio, grande improvvisatore e pieno di inventiva e fantasia, come dimostrato negli anni. Dal gruppo dei Quelli (in seguito Pfm) al Clan Celentano, dal cabaret al “Derby” con Jannacci, Cochi e Renato, Boldi, Lino Toffolo, Andreasi, Faletti e altri ancora, alla televisione, quella ad esempio di “Il poeta e il contadino”; “Saltimbanchi si muore”, “Mai dire gol”, “u” e ancora “Scherzi a parte”, gli spettacoli di Celentano, e molto, molto altro che gli ha portato un successo strepitoso, una fama incredibile. Programmi dove ha portato personaggi straordinari rimasti nell’immaginario comune. Qualcuno? Peo Pericoli, Felice Caccamo, il colonnello Eranio Stoppani, Vettorello, e le imitazioni tutte indovinate, da Balotelli ad Armando Cossutta, all’avvocato Prisco, Cesare Maldini, Valentino Rossi, Costanzo, Ray Charles solo per citarne qualcuna. E un Festival di Sanremo co-presentato accanto a Fabio Fazio, Luciano Pavarotti e Inès Sastre. Il nostro Teo nazionale, un vero vanto dello spettacolo italiano, un vero mito, un grande, grandissimo showman. Molto gentile e come sempre molto disponibile si è un po’ raccontato a noi attraverso l’intervista che segue.

Teo, un vero piacere ritrovarla. Come sta?

Bene, grazie.

Come sono stati i suoi inizi, e che anni erano quelli dei Sessanta?

Ho cominciato praticamente… da subito, da quando ero ragazzino dove già alle elementari facevo ridere tutti, non studiavo quindi avevo tempo per fare il cretino, e lo facevo volentieri. Poi sono cominciati i primi lavori, cantavo in un locale che si chiamava Roxy Club, a Milano. Ma non avevo molta voglia di imparare i pezzi, di studiare, e così ho fatto teatro, un po’ al «Derby» di via Monte Rosa, quindi la commedia musicale «Hair» con Renato Zero e Loredana Bertè. E poi sono tornato al Derby dove sono rimasto per almeno 15 anni. Sarei rimasto lì tutta la vita perchè c’erano grandi artisti, Jannacci, Gaber, Cochi e Renato, il bravissimo Lino Toffolo. Si imparava sempre e si stava in compagnia, eravamo tutti molto amici. Poi è stato chiuso il Derby, quindi ognuno ha preso la propria strada. Ora ci vediamo poco, una volta l’anno quando facciamo la reunion.

E poi la televisione…

Sì, un momento di grandissimo successo, esagerato, dove a un certo momento mi sono anche fermato perchè una vita così, solo di televisione e nient’altro non mi divertiva più. Ho fatto quello che volevo fare e da vent’anni porto il mio repertorio nei teatri. Vado da qualsiasi parte pur di esibirmi con la mia orchestra, che è quasi sempre la stessa, la Doctor Beat Band. Siamo molto uniti e ci piace molto il nostro lavoro. Ogni tanto faccio qualche blitz in qualche trasmissione televisiva, anche se non sono magari esattamente il mio genere, però funzionano perchè poi il lavoro che faccio aumenta.

Ci racconta la sua parentesi musicale con i Quelli?

Eravamo in contemporanea io e loro alla Ricordi, (storica casa discografica, ndr), anche se ci andavo poco pur avendo firmato un contratto. C’erano questi 4 ragazzi con cui abbiamo lavorato bene per un paio d’anni. Devo dire che gli ho cambiato un po’ la vita perchè loro facevano il folk, e altra musica. Erano bravissimi, era un’idea desueta, e poi, allora, la gente ballava con le orchestre perchè non c’erano le discoteche ed era importante avere un repertorio di brani lenti, veloci. Io, che ero tornato da Parigi dove avevo fatto un viaggio con una mia fidanzata li ho influenzati un po’ con le canzoni, ad esempio quelle dei Four Tops, Aretha Franklin e loro hanno preso spunto dal rhythm and blues e hanno cominciato a cambiare genere. Ho visto che miglioravano troppo velocemente… e poi sono diventati la Pfm.

Teo, parliamo di “El piede de Dios” il libro scritto con Gabriella Mancini?

È un po’ personale, autobiografico, ma anche romanzato, ci son dentro tante cose che fanno ridere, ho messo anche qualche personaggio reale come Galliani, che non poteva mancare. È la storia di un percorso che io ho fatto in gioventù tra Spagna, Francia e Italia. Brigitte Lampion, il protagonista, viene da Talavera de la Reina, voleva fare il calciatore però cresceva a dismisura e non trovava ruoli. Era alto 2 metri e 10 e non sapeva colpire di testa, una disgrazia, sta di fatto che a quarant’anni giocava nella Primavera dell’Inter.

Sempre tanta fantasia, Teo, complimenti.

Capita che tra innamoramenti e varie cose familiari, il periodo nei Paesi Baschi con tutti questi cognomi che non riusciva a capire, o a Parigi nelle banlieue, a Milano finalmente ha incontrato Braciola, un talent scout. Con lui ha fatto il giro d’Italia, è arrivato fino a Napoli e poi tornato a Milano dove si è sposato con Rosa, una ragazza conosciuta anni prima a Parigi, che lavorava al Moulin Rouge. Fino al trionfo di questo bravo ragazzo oramai settantenne che ha illuminato lo stadio di San Siro con la gente in delirio, con l’inno nazionale suonato dai Cugini di Campagna, e madrina dell’evento Iva Zanicchi. Finchè non è riuscito fare il suo colpo preferito, un tiro di sinistro rasoterra, lentissimo… con lo stadio intero che è andato in estasi.

Non è che lei sotto sotto voleva fare il calciatore da piccolo, magari del Milan, visto il suo tifo?

Ero un buonissimo portiere, questo sì, e mi venivano anche a cercare, nel rione delle case popolari dove abitavo. Il problema è che io nella mia vita non ho mai imparato a fare niente, tutto quello che si vede lo faccio a memoria, perchè mi viene. Non ho imparato… niente.

Possiamo dire che aver avuto un grande talento è stato determinante?

Certo, ero consapevole di averlo, la storia delle elementari dove facevo rider tutti è emblematica. Mi mettevo in fondo ai banchi e raccontavo delle storie assurde e tutti ridevano…

Una grande fantasia fin da allora, che è sicuramente servita per inventare tutti i personaggi che conosciamo...

Questa cosa l’ho presa da mia madre che imitava le vicine di casa, faceva le voci, ed evidentemente ce l’avevo dentro anch’io. Per un caso ho iniziato facendo Maldini, Celentano invece era un amico, stavamo sempre assieme e più che imitare lo facevo normalmente.

Da lì in poi è nato anche il Teocoli imitatore.

Con Maldini ho iniziato una serie di imitazioni, ne avrò fatte un centinaio. Ma l’idea vincente è stata quella di non imitare i soliti nomi, Galliani infatti non lo conosceva nessuno, lo stesso Maldini non lo conoscevano in molti anche se era il ct della Nazionale, allora. Fu un successo pazzesco quel tormentone «Vai, Paolino…», me lo gridavano dalle auto, dalla mattina alla sera, non potevo andare da nessuna parte.

Fino a stancarsi appunto, della tv.

Non per quello, ma anche per l’esigenza di fare qualcosa di diverso, un’idea che a me piaceva di più. Così ho cominciato con questi ragazzi della band, che son quasi sempre gli stessi, a girare per teatri. Son 22 anni circa, abbiam fatto tutti i teatri d’Italia compreso il Sistina a Roma, lo Smeraldo e gli Arcimboldi a Milano, le grandi e prestigiose sale, e moltissime altre. Ci divertiamo, ci piace fare il teatro.

E il pubblico va in visibilio.

Diciamo che quello mio sta un po’ «invecchiando» e allora cerchiamo di trovare cose nuove, magari fare del rock durissimo per un quarto d’ora. È tutto scollegato ma tutto quello che faccio ha un perchè in quanto non scrivo niente, le situazioni le penso, poi le costruisco mentalmente e all’improvviso vengon fuori degli sketch che fanno ridere, che è il mio scopo principale. Anche far pensare, direi, perchè parlo anche della vita, delle persone, di ciò che succede intorno a noi. Studio un po’ i caratteri, li amplifico quel che basta così la gente si diverte.

Un’ultima cosa, Teo. Quella televisione di cui parlavamo prima, quei programmi intelligenti di satira e di grande umorismo, come “Mai dire gol”, per fare un esempio, sarà possibile rivederla o è finita quella stagione?

Qui è cambiato tutto, un programma tipo Mai dire gol ora non interessa se in seconda serata fanno i talk show di politica o attualità, ci guadagnano di più con quelli, che hanno invaso il terreno. Negli spettacoli comici, vedo ragazzi che hanno poca esperienza, gente come quelli citati prima, Gaber, Jannacci, Toffolo, Cochi e Renato, Boldi, Abatantuono, non c’è più. Noi, in quel mitico locale che era il Derby, siamo stati anni, anni e anni e abbiamo imparato davvero molto, quella era la scuola vera della comicità. Io ero un po’ a parte perchè anche fisicamente non ero comico.

Con quel suo fisico da ballerino…

Sì, e quindi facevo il ballerino scemo… ma che scuola però…


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L'autore

Francesco Bettin

Francesco Bettin si occupa di teatro, cinema, poesia, libri, eventi vicini e lontani, personaggi e interviste. Propone approfondimenti sulla cultura e la società attraverso articoli e interviste a scrittori, giornalisti, attori e artisti.